La Campana d'oro di Montepico

Correva l’anno...
Cominciava invariabilmente così la storia che dopo le pressanti insistenze di noi ragazzi, iniziava a raccontare un vecchio contadino di S. Eusebio, nato nel 1900 e morto, quasi centenario, alla fine del secolo scorso. Guglielmo Pollo, questo era il suo nome, ma per tutti era “il Babo”, il babbo di tutti anche forse perché senza figli.
Era stato l’ultimo abitante di Montepico o Montepicco come oggi viene denominata tale località, frazione con S. Eusebio del Comune di Fortunago; da bambino aveva giocato, come soleva dire, tra i ruderi di
un antico castello medioevale che la rigogliosa vegetazione e la colpevole inerzia degli uomini hanno
rmai quasi interamente cancellato dalle carte geografiche e dalla memoria degli stessi.
Il castello di Montepico, coetaneo del vicino castello di Montesegale, sorgeva sull’altura a sud del torrente Ardivestra di fronte all’attuale abitato di S. Eusebio.

Correva l’anno…
1152 e mentre si accingeva a rispondere alla chiamata dei Senatori di Roma che con reiterati appelli gli offrivano la corona imperiale, moriva l’Imperatore di Germania Corrado III Hohenstaufen reduce da una sfortunata crociata.
Correva l’anno 1152, raccontava il “Babo”, e sul trono tedesco saliva il nipote di Corrado, Federico I di Svevia detto il Barbarossa. Era costui un uomo di media statura, tracagno, con capelli ricci e fulvi, rosso di barba, occhi celesti, denti bianchissimi e mani lunghe e affusolate. Uomo di gusti semplici, amava la caccia, gli scacchi e la buona cucina.
Scende una prima volta in Italia per farsi incoronare Imperatore a Roma e, durante il viaggio, dopo aver raso al suolo i castelli di Momo, Trecate e Galliate, cinge d’assedio Tortona, nemica acerrima della filo-imperiale Pavia, per distruggerla. Dopo due mesi, vinta dalla fame e dal tifo, Tortona capitola e viene saccheggiata.
All’inizio di aprile Federico, prima di iniziare il viaggio verso Roma, vorrebbe trovare una sicura allocazione al tesoro frutto delle razzie effettuate a Momo e Tortona. Risale la Valle Staffora, è ospite dei Marchesi Malaspina di Oramala che però non dispongono della fornace necessaria a colare i monili d’oro caricati
su due carri al seguito dell’Imperatore.
Inaccessibile su uno sperone di roccia difesa più dalla natura che dalle opere dell’uomo, sorgeva la rocca tenuta dai Marchesi Malaspina a dominio della valle che degradava verso Varzi.
Tra boschi di robinie e di castagno, sapeva essere presidio militare nella sua ruvida potenza che traspariva dalle ripide pareti di pietra bruna ma anche “corte d’amore” quando giullari, poeti e menestrelli intrattenevano i signori con lazzi, rime, leggende e romanze.
La rocca di Oramala era, a quel tempo, collegata tramite un camminamento, in parte in galleria ed in parte
a cielo aperto, con il castello di Montepico in valle Ardivestra che sorgeva, come già ricordato, a sud
del torrente, appollaiato sull’omonimo monte cinto da mura di pietra rinforzate da cavicchi di ferro sul lato sud ed est, più esposti ad eventuali attacchi.
I lati nord verso il torrente, e ovest verso l’attuale abitato di casa Ardivestra, erano difesi da mura più sottili e rinforzate da pali di castagno in quanto la conformazione del terreno, molto scoscesa, costituiva
una valida difesa naturale dei due lati.

Al centro delle mura merlate che delimitavano il rettangolo fortificato troneggiava una torre quadrata, abitazione del Signore, con due piani fuori terra e due sotto.
L’abitato del piccolo comune si estendeva a nord-est del castello dove, a ridosso della strada che collegava lo stesso al fondovalle, erano sorte piccole casupole realizzate con i più vari materiali: dalle pietre al legname, dal fango ai graticci con il tetto invariabilmente realizzato con paglia di segale e pietra locale.
Le case si affacciavano quasi tutte sulla strada principale senza balconi e con il frontale disadorno,
privo di fregi e decorazioni. La luce filtrava attraverso finestrelle simili a bocche di leone dotate di robuste inferriate, senza vetri e protette solo da rozze tende.
Dalla strada attraverso un angusto portoncino si accedeva ad uno stanzone buio e maleodorante, sul retro del quale si apriva una porta dotata di robusto chiavistello che conduceva ad un piccolo orto recintato,
con al centro una rozza garitta che fungeva da gabinetto. Non tutte le case ne erano provviste, ma solo quelle dei benestanti: gli altri si industriavano a scovare ameni luoghi dove, al riparo da occhi indiscreti, provvedevano a momentanee necessità o allo svuotamento dei pitali usati durante la notte.
La casa degli artigiani aveva la bottega sul lato anteriore e uno stanzone sul lato posteriore, quella degli agricoltori un unico stanzone dove, nella più assoluta promiscuità, vivevano stipate come acciughe intere numerosissime famiglie.
Il letto consisteva di un unico monumentale pagliericcio posato su tavole di legno; non si faceva uso
di lenzuola e pochi privilegiati potevano usare talami individuali.
Il tavolo era di legno massiccio, squadrato con l’accetta, tarchiato e disadorno. In un angolo vi era la madia per la farina e il pane, una credenza con mensole sulle quali erano posati piatti, pentole, bicchieri di legno
e piccole botticelle per il vino; di lato alla credenza erano appesi, ad un gancio sporgente dal muro,
un secchio per l’acqua ed una tazza per attingervi.
La tavola si apparecchiava con una rustica tovaglia di tela, con cucchiai di legno, con tazze e piatti s
pesso dello stesso materiale o, tutt’al più, di terracotta.
Ognuno, a seconda dell’età, usava il proprio coltello o pugnale, le forchette erano sconosciute ed a guisa
di tovagliolo si usavano i lembi della tovaglia, quando c’era, oppure i polsini delle camicie.
Oltre ad una fragile colazione consumata all’alba, i pasti si tenevano la mattina alle dieci ed il pomeriggio alle quattro. Le diete erano molto efficaci: un tozzo di pane bianco o nero, una fetta di lardo, uova, verdure
e una minestra di rape o cavoli servita in una immensa zuppiera posta al centro del tavolo, alla quale tutti attingevano con i cucchiai di legno, che ricordavano, per capacità e forma, gli attuali mestoli.
Il menu era più abbondante la domenica o nei rari giorni festivi: allora anche alla mensa dei poveri, come per incanto, a volte compariva sua maestà la carne di pollo, di vitello o più spesso di porco.
Non mancava la selvaggina anche se per procurare cinghiali, lepri, quaglie, pernici, tortore e pavoni spesso si rischiava lo scudiscio del padrone o, peggio, i bastoni dei suoi servi.
Il tutto veniva annaffiato da abbondanti libagioni per gli adulti e accompagnato da dolcetti a base di pasta, miele, strutto e frutta secca per i più piccoli.
All’estremo est dell’abitato sorgeva una piccola chiesetta in pietra affiancata da un basso campanile provvisto di due campane. Finalmente le campane!

La nostra storia: ma è poi una storia? o è leggenda? o realtà?
L’imperatore Federico, dopo aver inviato emissari per verificare la veridicità delle affermazioni del Signore di Oramala circa la presenza in Montepico di una piccola fornace per la lavorazione dei metalli, a ridosso
del muro di difesa dal lato est del castello, ne riceve conferma e parte segretamente per Oramala.
Dopo aver risalito la valle Ardivestra, giunge ai piedi del castello di Montepico ed impone la fusione dell’oro frutto dei precedenti saccheggi; ottiene la pronta disponibilità di Oberto da Ruino, Signore di Montepico,
ma non trova un giusto contenitore per la prevista colata d’oro. Mentre si provvede a riscaldare la fornace, un soldato riferisce al Barbarossa di aver scovato un adeguato recipiente per l’oro: una delle campane
della chiesetta.
L’Abate Jacopo, rettore della stessa, informato dell’intenzione dell’Imperatore, lo fronteggia impavido ricordandogli che l’affronto a Dio, oltre che agli uomini, avrebbe causato dolore e morte a lui ed alla sua gente.
Il Barbarossa è irremovibile e, chiamati quattro contadini, due massari con ciascuno un paio di bovi e due braccianti, provvede tramite loro a staccare la campana più grande e farla trasportare nei pressi della fucina.
L’Abate segue la mesta processione e accertata l’intenzione dell’Imperatore di colare nella campana l’oro razziato, nulla potendo contro l’arrogante Signore, lancia un anatema: se durante gli scavi per il futuro recupero della campana qualcuno avesse proferito parola, la stessa sarebbe sprofondata ulteriormente
nel sottosuolo.
Incurante delle parole dell’Abate, il Barbarossa ordina di fondere i monili d’oro, di colarli nella campana, sotterrare la stessa a notevole profondità ed infine difendere il pozzo così creato, “il trabuchel”, con spade
e lance per impedire il facile accesso all’oro sepolto.
Tutto ciò viene realizzato secondo la volontà dell’Imperatore che, verificata la inviolabilità del trabuchel, ottiene giuramento dal Signore di Montepico circa la sua disponibilità a sorvegliare e difendere la preziosa campana. Prima di partire per Roma, dove i Senatori erano ansiosi di incoronarlo Imperatore e di ottenerne le grazie, lascia tre armigeri a sorvegliare la strada che porta al colle di Montepico, fidandosi delle parole
e delle promesse del castellano.
La via che collegava il castello intersecava sulla collina, di fronte allo stesso, la strada principale che
in alcuni tratti correva parallela al torrente Ardivestra, ma sorgeva molto più a nord dell’attuale.
Il terreno lungo il torrente era di fatto impraticabile in quanto invaso da una vegetazione foltissima:
una selva infestata da cinghiali e volpi ma, soprattutto, da evasi dalle segrete dei signorotti locali,
da briganti, tagliaborse e altra varia umanità che, per un pugno di monete o anche semplicemente
per rubarne i pantaloni, era disposta a tagliare la gola ad un cristiano che osasse abbandonare la strada o, peggio, avventurarsi nei dintorni.
Il bivio sopra citato, tra la strada del castello e quella che conduceva ad est a Fortunagum e Stevanagum
ed a sud a Rocca de Axixella o Sexilla e Castegnoli, era un osservatorio eccezionale per gli armigeri lasciati dal Barbarossa a sorvegliare il castello di Montepico ed il suo prezioso contenuto; inoltre nei pressi
della strada sorgeva una capanna dove i tre soldati potevano ripararsi ed un pozzo per attingere l’acqua.
Non è compito di questa storia seguire le vicende del Barbarossa e le sue innumerevoli discese in Italia. P
er quanto riguarda la nostra leggenda ci interessa la quarta calata dell’Imperatore, nel 1166.
Dopo aver fatto tappa a Lodi l’esercito tedesco punta su Bologna, che spalancò le porte a Federico I
e lo colmò d’oro; l’Imperatore marcia successivamente su Ancona che espugnò dopo un assedio di tre settimane, quindi con parte dell’esercito, muove alla volta di Roma contro Papa Alessandro e, dopo aver assediato la Basilica di San Pietro per otto giorni e compiuto ogni genere di nefandezze, sconfigge le armate del Santo Padre, mettendolo in fuga ver-so Benevento.
Posto sul trono di Pietro un antipapa e ricevuto giuramento di obbedienza dal Senato romano, il Barbarossa atterrito da una spaventosa epidemia di malaria che decimava gli abitanti dell’Urbe e parte dei suoi soldati, il 6 agosto dell’anno successivo ordina ai superstiti di levare le tende e puntare su Pavia.
Prima di ripassare le Alpi l’Imperatore, temendo di aver contratto la malaria, da Pavia con un esiguo drappello di uomini, si dirige su Oramala. Risale per la seconda volta la valle Staffora per far visita ai devoti Malaspina, gustare il loro già famoso salame e respirare l’aria fina e salubre dell’Alto Oltrepò.
Dopo alcune settimane di riposo, ritemprato nel corpo e nello spirito dalla tranquillità dei luoghi, ritiene giunta l’ora di recuperare la campana d’oro sepolta tredici anni prima in Montepico, complice un sogno
nel quale l’Abate Jacopo, ormai morto, gli appare irridendolo e sfidandolo al recupero del prezioso bottino.
L’Imperatore, quindi, muove su Montepico risalendo la valle Ardivestra e ritrova due dei tre armigeri
che aveva lasciato a presiedere la strada per il castello; dopo esser stato ricevuto con tutti gli onori
dal Signore locale, chiede di provvedere al disseppellimento della campana d’oro.
Il trabuchel viene privato delle spade e delle lance che ne costituivano la difesa e due uomini vengono calati in fondo al pozzo per provvedere allo scavo. Lo stesso Imperatore ricorda ai due, prima della discesa,
di scavare in assoluto silenzio memore dell’anatema dell’Abate Jacopo.
Le operazioni vengono condotte in tal modo alla luce delle torce sino a che, uno dei due scavatori sente incocchiare la punta della sua vanga in alcunché di metallo. Istintivamente, e a bassa voce, pronuncia
“l’è chì!” e subito la campana appena ritrovata sprofonda nel terreno con un rumore simile a tuono, scaraventando i due uomini ad un centinaio di metri dall’entrata del trabuchel.
Il Barbarossa assiste a tutte la scena dal bordo del pozzo e, profondamente turbato dai fatti, dall’anatema ricordato e dal sogno della notte precedente, ordina di abbandonare tutto dopo essersi assicurato
che l’incauto scavatore fosse adeguatamente punito con fustigazione e gogna.
L’Imperatore abbandona in fretta prima Montepico, poi Oramala ed infine Pavia e l’Italia per riparare
in Borgogna. I guai del Barbarossa, promessi dall’Abate, erano appena iniziati e sarebbero culminati
nel 1176 a Legnano dove i Comuni Lombardi stretti attorno al “Carroccio”, avrebbero per la prima volta sconfitto l’invasore.

La nostra storia potrebbe chiudersi dopo aver ricordato che i fatti, alcuni di rilevanza storica ben altrimenti documentata, traggono origine dalle memorie di Guglielmo Pollo che affermava di averli appresi
da un libro intitolato “Il Castello di Montepico” di proprietà di Don Carlo di Ponticelli, per un breve periodo nelle disponibilità di Mario Chiesa.
Per la verità andrebbe ricordato un ulteriore fatto storicamente certo: nei primi anni sessanta alcuni giovani di S. Eusebio, profittando della sosta invernale nei lavori agricoli, iniziarono a scavare in località Montepico, più per ragioni di goliardia che non di archeologia.
Vennero alla luce rovine del castello, parte delle mura ma soprattutto, udite udite, la parte superiore
del trabuchel. I risultati di tali scavi, pur parzialmente vinti dall’avanzare del tempo e della vegetazione, sono visibili sulla collina un tempo dominata dal castello.
Potremmo concludere questo racconto, ma rimarrebbe il cruccio di non testimoniare compiutamente altre due memorie del “Babo”.
Per riferire della prima è necessario fare un passo indietro nella nostra storia: avevamo lasciato tre armigeri a sorvegliare il bivio tra la strada che conduceva al castello di Montepico e quella di fondovalle che scendeva verso Rocca Susella, accampati in una piccola capanna e con un pozzo dal quale attingevano acqua.
Il Barbarossa, dopo tredici anni, ne ritrova solo due che copre di onorificenze e d’oro per la fedeltà dimostrata. Il nostro narratore riferisce che l’ultimo dei nobili Belcredi, N.H. Antonio Agostino Belcredi, sepolto nel cimitero di S. Eusebio (sulla lapide priva di date risultano riportati, oltre al suo, i nomi di N.H. Giovanni Belcredi e N.D. Maria Bottero), asseriva di aver acquistato il terreno e realizzato l’attuale casa Cereghini nella seconda metà dell’Ottocento, in quanto luogo storico: il pozzo ancora esistente davanti
alla casa sarebbe quello ricordato nella nostra storia.
La strada di fondovalle era posta a monte della casa e saliva verso la chiesa di S. Eusebio per proseguire verso Ponticelli e Fortunago; appena a ridosso dell’attuale campo sportivo iniziava la strada per Montepico che scendeva quasi rettilinea a lambire casa Lanfranchi e, dopo un guado nell’Ardivestra, si inerpicava dolcemente verso il castello. L’ultimo dei Belcredi, senza eredi e purtroppo senza soldi, fu costretto a cedere alla fine dell’Ottocento la casa, il pozzo e le terre ai miei nonni reduci da modeste fortune americane.
Ricordava Guglielmo che mia nonna, oltre a definire il famoso pozzo “pus dal Barba”, soleva raccomandare di calare piano il secchio srotolando lentamente la catena del tornio, altrimenti si sarebbe sentita
la campana suonare.
Il secondo racconto del “Babo”, riguardava l’anatema dell’Abate Jacopo, lanciato al Barbarossa che
si accingeva a trafugare la campana maggiore della sua chiesetta: non terminava con la minaccia di
non riuscire a riportare alla luce la campana ormai diventata d’oro, ma proseguiva promettendo che la stessa, ogni cento anni dai fatti, avrebbe suonato a distesa in segno di scherno nei confronti del superbo Imperatore.
Una tarda sera del marzo 1954, il “Babo”, di ritorno dal lavoro, transitava con un paio di buoi sulla strada
di fondovalle all’altezza di Montepicco, quando decise di abbeverare le bestie nel piccolo ristagno d’acqua, esattamente a ridosso del trabuchel, a non più di quindici metri in linea d’aria. I buoi, nonostante la sete, non accennavano ad abbeverarsi pur incitati dal proprietario.
Lo stesso, dopo aver provato in ogni modo a convincere gli animali, si avvicinò all’acqua attratto da una luce che in apparenza sembrava il riflesso della luna, ma che, ad un attento esame, si rivelò essere una campana che suonava a distesa. A poco a poco il suono, quasi provenisse da un abisso, aumentava avvicinandosi e lasciando l’uomo impietrito dallo stupore.
Dopo aver suonato a distesa per alcuni minuti, repentinamente come era apparsa, la campana d’oro o meglio, la visione della stessa sparì dissolvendosi nell’acqua senza lasciare altra traccia se non piccoli cerchi concentrici che si rincorrevano verso le sponde.
Erano passati esattamente ottocento anni dai fatti ricordati! O meglio ancora, ricorreva quel giorno
l’ottavo centenario della sepoltura della campana e dall’anatema dell’Abate.
Per chi avrà la fortuna di esserci, i prossimi rintocchi della campana d’oro di Montepico si spanderanno nell’aria sul finire del marzo 2054.


Chi è Giuliano Cereghini? Non è uno scrittore, non è un poeta, ma è semplicemente un innamorato
della terra d'Oltrepò Pavese, delle tradizioni, degli antichi mestieri, della gastronomia, dei salumi
sa tutto e chi ha la fortuna di assaggiare il suo salame, i cacciatorini, la pancetta non li dimentica.
Ha "una penna" che attrae: lo leggi e la fantasia si colora di immagini di un tempo che fu ...
Il prossimo mese sarà tutta un'altra storia.