STORIA D'ITALIA. Roma e i Romani


LE ORIGINI DI ROMA (LA LEGGENDA)
Troia, dopo un assedio di dieci anni, per l’inganno dell’astuto Ulisse, cade in potere dei Greci.
Le tenebre della notte sono rotte dal bagliore degli incendi; la città echeggia delle grida dei combattenti, dello strepito delle armi, del pianto e delle preghiere delle donne. Enea, l'eroe troiano, dorme quando
in visione gli appare Ettore che gli dice: «Fuggi; perduta è la patria, che affida a te le sue sacre reliquie;
cerca oltre i mari una nuova patria».
L'eroe si desta, prende le armi, raccoglie un drappello di Troiani e, alla testa di essi, percorre le vie facendo strage di nemici, poi accorre alla reggia ed assiste alla morte di Priamo; solo e preoccupato della sorte
della sua famiglia, si reca nella sua casa, si carica il vecchio padre Anchise sulle spalle, prende per mano
il figlioletto Julo e, seguito dalla moglie Creusa, s'incammina nella notte per trovare scampo fuori
della città. Ma per via s'accorge che la consorte è scomparsa, torna indietro a cercarla e la chiama più volte
ad alta voce; e Creusa gli compare davanti, ombra, non donna vera, e gli dice: «Gli dei hanno voluto cosi. Creusa non è più la tua compagna; tu peregrinerai per l'ampio mare e approderai alla terra Esperia,
dov'è il lidio Tevere».
L'eroe rifà la strada percorsa, ritrova il padre e il figlio, a cui si sono uniti numerosi Troiani, uomini
e donne, e alla testa dei compagni si mette in cammino. Fuori le mura di Troia, che fuma, ha inizio la via dell'esilio per i fuggitivi che vanno in cerca d'una terra ignota e di un fiume sconosciuto. Alle falde
del monte Ida costruiscono una flotta e, allo spirar dei venti propizi, salpano le navi.
Il primo approdo avviene sulle coste della Tracia ove viene fondata una città, ma non è questa dove son giunti, la terra promessa; gli esuli si rimettono in mare e toccano l'isola di Delo, dove l'oracolo di Apollo, interrogato, risponde: «Cercate l'antica madre».
Forse è Creta, la terra da cui vennero nella Troade gli antenati e a Creta son rivolte le prore, qui vi viene fondata Pergamea, ma i numi sono avversi e la peste infierisce nella nuova città.
Enea ha una visione: i Penati gli dicono che non è Creta l'antica madre ma la terra Ausonia; la terra
dove il sole tramonta. E le peregrinazioni ricominciano: spinti da una fiera tempesta sulle isole Strofadi,
i Troiani sono disturbati dalle favolose Arpie, una delle quali, Cileno, predice agli esuli che approderanno
in Italia e vi fonderanno una città dopo che la fame li avrà costretti a mangiare le mense. Ripartono.
Butrinto nell'Epiro si profila allo sguardo dei naviganti e il porto li accoglie. Vi regna l'indovino Eleno,
figlio di Priamo e sposo della vedova Andromaca; ed Eleno predice a Enea: «Andando lungo le rive
d'un fiume solitario d'Italia, troverai una bianca scrofa con trenta bianchi porcellini. Là ti fermerai;
quel luogo sarà la sede del tuo impero e il termine delle tue fatiche».
I Troiani lasciano l'Epiro, costeggiano le rive orientali della Sicilia, doppiano il capo Pachino, navigano lungo la costa dove sorgono Camarina, Gela, Acragas, Selinunte, ed approdano a Drepano, dove muore Anchise.
Nè i viaggi e i travagli sono finiti; ripresa la navigazione, le navi dei troiani, colti dalla tempesta, giungono
a Cartagine e qui Enea ispira a Didone un'ardente passione e dimentica la terra dei vaticini.
Ma Giove vuole che l'eroe navighi ancora, ed Enea parte, abbandonando la sconsolata regina che si toglie
la vita sul rogo. Le navi troiane toccano una seconda volta la Sicilia, dove è fondata la città di Acesta, poi, lasciati qui i vecchi e le donne, Enea fa rotta per I'Italia, tocca Cuma e, ripartito, giunge alla foce del Tevere dopo sette anni fortunosi dalla partenza da Troia.
Manda l'eroe ambasciatori con doni al re Latino, signore di Laurento, per ottenere il permesso di fondare una città. Latino cortesemente li accoglie e, memore del vaticinio di Fauno suo padre che gli aveva predetto un genero di stirpe straniera, promette in sposa sua figlia Lavinia a Enea.
Ma alle nozze si oppone la regina Amata, che aveva promesso la mano della figlia a Turno, re dei Rutuli,
e vien dichiarata guerra ai Troiani. Giungono a Turno milizie dalle città del Lazio, da Ardea, da Antenne,
da Crustumerio, da Tibur, da Atina, da Preneste, da Gabio e da Anagni; schiere di Volsci, di Falisci,
di Sabini, di Marsi e di Campani accorrono a combattere contro lo straniero venuto dall'Asia lontana.
Enea è conturbato dai preparativi guerreschi dei suoi nemici; ma lo conforta l'apparizione del dio Tiberino che, durante il sonno, lo rassicura, e gli annunzia che allo svegliarsi vedrà la scrofa bianca del vaticinio
e lo esorta a chiedere aiuti ad Evandro re di Pallanteo.
Ridestatosi, Enea vede la scrofa coi trenta porcellini che sacrifica a Giunone, poi risale il corso del fiume, perviene a Pallanteo, l'umile città che sorge sul Palatino, stringe alleanza col vecchio re che gli da quattrocento cavalieri comandati dal figlio Pallante e lo consiglia di rivolgersi agli Etruschi di Cere,
che sono in lotta coi Latini e attendono, per ordine degli oracoli, un duce straniero.
Enea va e gli Etruschi lo accolgono lietamente e gli offrono il loro esercito. La guerra, cominciata da poco, infuria orribilmente insanguinando le contrade del Lazio; cade Pallante, l'eroe giovinetto, cade Camilla,
la vergine guerriera, cade Mezenzio; Ascanio fa valorosamente le sue prime prove; Rutuli e Latini, sconfitti, fuggono verso Laurento incalzati dai Troiani.
Allora si decide di affidare la sorte della guerra a un duello tra Enea e Turno. Guardano i due eserciti
la battaglia decisiva; Turno combatte ferocemente, ma i destini sono segnati e il re dei Rutuli perisce
sotto i colpi dell'eroe troiano. Cosi racconta Virgilio la venuta in Italia di Enea e le sue guerre, ornando certamente di poetici fregi la tradizione giunta fino a lui. Altri però raccontano in modo diverso di Enea
e delle sue gesta nel Lazio. M. Porcio Catone scrive che l'eroe, giunto in Italia, vi eresse una fortezza
che chiamò Troia e che il re Latino regalò allo straniero settecento iugeri di terra e gli diede in moglie
la sua figlia Lavinia, suscitando l'ira di Turno che mosse guerra ad entrambi.
Secondo Catone, Latino morì combattendo. Turno, vinto s'alleò con Mezenzio, re dell'etrusca Cere,
e si riaccese la guerra in cui Turno fu ucciso. Enea poi scomparve e nulla più si seppe di lui. La guerra ebbe fine con un duello tra Mezenzio ed Ascanio, il quale, rimasto vincitore, si stabili a Lavinio, città fondata
da Enea e dopo trent'anni, andò a porre la sua sede in Alba Longa.

Dionisio invece narra che Enea, guidato dalla stella di Venere, approdò in un'arida spiaggia del Lazio in cui
i Troiani sarebbero morti di sete se un improvviso prodigio non avesse fatto zampillare delle fresche
e limpide acque. Per render grazie ai Penati decise l'eroe di sacrificare una scrofa, ma questa fuggi verso
un colle, dove gli dei apparsi in sogno ad Enea, gli ordinarono di stabilirsi. Nella notte la scrofa partorì trenta porcellini e, ridestatosi, Enea la immolò coi piccoli ai Penati, poi fondò una città cui diede nome Lavinio. Latino, unitosi coi Butuli, mosse contro i Troiani, ma, temendo di esser vinto, offrì loro amicizia, donò ad essi quaranta stadi di terra e concesse in sposa ad Enea la figlia. Turno allora scese in campo
contro i Troiani e in una battaglia venne sconfitto ed ucciso.
Morto anche Latino, Enea regnò sui Troiani e sui popoli del Lazio, ma, dopo tre anni, i Rutuli, aiutati
da Mezenzio, mossero nuovamente guerra ad Enea. Si combattè accanitamente presso il Numicio
e il giorno dopo Enea scomparve misteriosamente, e, credendosi· che fosse salito al cielo, fu venerato
sotto il nome di Giove Indigete.


ROMOLO E REMO
Secondo alcuni scrittori, Enea ebbe un solo figlio, Ascanio, da cui nacque Silvio; secondo altri, due:
Ascanio il primo, nato in Asia da Creusa, Silvio il secondo, nato in Italia da Lavinia, dopo la morte
del padre e cosi chiamato dal luogo dove venne partorito.
Ascanio regnò trent’anni in Lavinio, poi fondò Alba Longa e vi si trasferi. Alla sua morte, successe al trono Silvio, fratellastro (o figlio di Ascanio), da cui ebbero origine gli Eneadi che regnarono su Alba Longa
per oltre quattrocento anni.
Tredici ne registra Tito Livio, tra questi: Numitore e Amulio.Erano gli ultimi i due figli di Proca.
A Numitore ch'era il primogenito, spettava il trono; ma Amulio s'impadronì del potere, uccise Egesto,
figlio del fratello, e costrinse l'altra figlia, Rea Silvia, a farsi sacerdotessa della dea Vesta.
Ma un giorno, recatasi Silvia in un bosco per attinger acqua ad una fonte e fuggita in una caverna per
la comparsa. d'un lupo, venne violata dal dio Marte, che la rese madre di due figli. Saputo ciò, Amulio
ordinò che i gemelli venissero gettati nel Tevere, che essendo in piena, aveva allagato la circostante campagna. La cesta, in cui erano stati messi i due piccoli, venne dai servi deposta nel luogo dove poi
sorse un fico e dove, ritiratesi le acque, rimase in secco. Ai vagiti dei gemelli una lupa accorse e cominciò
ad allattarli; più tardi Faustolo, pastore del re, li trovò, li raccolse e li portò alla sua capanna sul Palatino, affidandoli alla moglie Acca Laurenzia: li chiamò Romolo e Remo.
Crescevano belli e forti, dilettandosi della caccia ed addestrandosi nelle armi, fra l'ammirazione degli
altri pastori delle vicinanze, che finirono col riconoscere la supremazia dei due gemelli e col seguirli
in tutte le 1oro imprese.
Un giorno i gemelli e i loro seguaci, assalirono sull'Aventino i pastori dello zio Numitore, i quali a loro volta assalirono Remo mentre tornava da una festa, lo fecero prigioniero e lo consegnarono a lui. Faustolo,
che era a conoscenza dell'origine regale dei gemelli, saputo della cattura di Remo, rivelò a Romolo il nome della loro madre e questi spinto dal desiderio di vendetta, radunò i suoi pastori, corse ad Alba Longa, assalì la reggia, uccise Amulio e rimise sul trono l’avo Numitore.
Poi i due fratelli vollero fondare una nuova città nel luogo dov'erano cresciuti, ma decisero di interrogare prima gli dei per sapere chi dei due dovesse darle
il nome. Verso l'alba Romolo salì sul Palatino e vide sei avvoltoi, Remo sull’Aventino ne scorse dodici,
allora nacque una contesa tra i due: Remo diceva che gli auguri erano stati a lui favorevoli essendogli apparsi gli uccelli prima che al fratello, Romolo invece sosteneva che, per averne visti un numero
maggiore, gli dei erano propizi a lui. Si accese una rissa e Remo cadde ucciso. Altri narrano che, avendo Remo saltato le mura della nuova città, beffeggiando il fratello per averle costruite molto basse,
Remolo lo uccidesse esclamando: “Muoia cosi chiunque oserà varcare le mie mura”.
E dal fondatore e primo re, la città prese il nome di Roma...

I SETTE RE DI ROMA. Roma Anno 1 (754 avanti Cristo)

ROMOLO (1-37)

NUMA POMPILIO (38-71)
Morto Romolo, seguì un anno d'interregno, durante il quale lo Stato fu governato a turno dai senatori.
Ma occorrendo alla città un capo e per contentare i Sabini fu eletto Numa Pompilio,
di Curi, nato lo stesso giorno della fondazione di Roma. Al pari di Romolo, Numa, prima di accettare
la regia potestà, volle interrogare gli dei e, dopo aver ricevuto propizi auguri, assunsse il potere. Rivolse
la sua attività a riformare i costumi del suo popolo, mitigandone la fierezza con la religione e con il lavoro.

TULLIO OSTILIO (72-104)
Dopo un interregno d'incerta durata, venne eletto a re di Roma, nato da madre di stirpe sabina e dal latino Osto Ostilio; al pari del padre era amantissimo della guerra e avendo constatato che sotto il pacifico regno del suo predecessore i Romani erano divenuti fiacchi per il lungo ozio e volendo accrescere il dominio
dello Stato, cercò I'occasìone d'una guerra con uno dei popoli vicini. Poco tempo dopo la sua assunzione
al trono i Romani fecero delle scorrerie nel territorio di Alba e gli Albani, a loro volta, in quello di Roma.

TULLIO OSTILIO (72-104)
Dopo un interregno d'incerta durata, venne eletto a re di Roma Tullo Ostilio, nato da madre di stirpe sabina a Medulla e dal latino Osto Ostilio, il vincitore dei Fidenatì.
Tullo Ostilio al pari del padre era amantissimo della guerra avendo constatato che sotto il pacifico regno
del suo predecessore i Romani erano divenuti fiacchi per il lungo ozio e volendo accrescere il dominio dello Stato, cercò I'occasìone di una guerra con i popoli vicini.

ANCO MARZIO (104-128)
Quarto re di Roma fu Anco Marzio, nato da una figlia di Numa Pompilio.
Anco, non appena sul trono, ammaestrato dalla sorte toccata al suo predecessore, pensò di seguire le tracce dell'avo, tornando in onore il culto. Per divulgarne la conoscenza fra il suo popolo, ordinò al pontefice
di fare incidere un compendio degli ordinamenti di Numa su alcune tavole di legno che vennero esposte
al pubblico nel foro. Lieta era la cittadinanza della condotta del re, la quale faceva sperare un'era di pace, dopo tante guerre.
Ma purtroppo così non fu perchè dai popoli vicini e nemici di Roma il desiderio di pace di Anco fu interpretato come debolezza e i Latini, volendo abbattere la supremazia romana invasero il territorio
del nuovo Stato costringendo il re a scendere in campo.
Il successo arrise ad Anco Marzio, il quale, scacciati gli invasori dal territorio della patria, portò la guerra
in quello degli stessi nemici, assalì e distrusse Politorio, conquistò Tellena e Ficana e condusse gli abitanti di queste città in Roma, assegnando loro il colle Aventino.

TARQUINIO PRISCO (129-167)
Al tempo di Anco Marzio era venuto da Tarquinia a Roma un uomo ricco, valoroso ed ambizioso chiamato Lucumone, figlio di un mercante di Corinto, che espulso dalla patria era andato ad abitare a Tarquinia,
lì aveva preso moglie ed aveva avuto due figli: Lucumone e Arunte che morì prematuramente.
Lucumone aveva ereditò, poi, tutti i beni paterni. Sposata Tanaquìlla, etrusca di nobile stirpe,
e non potendo come figlio di un forestiero conseguire onori in Tarquinia, Lucumone aveva deciso
di recarsi a Roma, dove gli sembrava più facile procacciarsi rinomanza e dignità.
Giunto sul Gianicolo, mentre sedeva sopra un carro, un'aquila, scesa a volo, gli aveva preso il cappello e, dopo alcuni voli, era tornata a riporglielo sul capo.
Di ciò s'era rallegrata Tanaquilla, la quale aveva interpretato il fatto come un augurio propizio.
Entrato in Roma, Lucumone vi aveva preso dimora tramutando il suo nome in quello di Tarquinio
e chiamando la moglie Gaja Cecilia. Tarquinio ben presto era salito in fama per il valore dimostrato nelle guerre contro i nemici di Roma e si era cattivata la simpatia della cittadinanza e del re per la sua generosità, per i suoi modi cortesi e per il suo senno.
Anco Marzio, morendo, gli aveva affidato i figli, ma Tarquinio curandosi più di sè stesso che degli eredi
del defunto, riusci a farsi eleggere re, dimostrandosi subito savio ed energico.

SERVIO TULLIO (167-211)
Non sono d'accordo gli storici sull'origine del sesto re di Roma.
Secondo alcuni Servio nacque da un nobile di Cornicolo e da una certa Ocrisia, schiava di Tarquinio,
secondo altri fu generato dalla schiava Ocrisia e dal Lare domestico della reggia; come Romolo dunque
fu creduto figlio d'una divinità.
Si narra, fra l'altro, che un giorno mentre il piccolo Servio dormiva sulla soglia della reggia, fu visto il suo capo ravvolto tra le fiamme e che lo stesso prodigio si ripetè alquanti anni dopo durante uno svenimento
in cui era caduto Servio Tullio per la morte di sua moglie Gegania, figlia di Tarquinio Prisco.
Il regno di Servio cominciò con una guerra vittoriosamente condotta a termine contro i Veienti, nella quale il nuovo re potè mostrare le sue ottime qualità di guerriero. Ma più che alle sue azioni di guerra il suo nome è legato alle opere amministrative, politiche ed edilizie compiute durante il suo regno.
La più importante delle sue opere fu la riforma della costituzione politica.
Divise il territorio di Roma in trenta regioni, quattro della città e ventisei del contado.
Le cittadine furono sostituite alle tribù dei Bamnensì, dei Tiziensi e dei Luceri e furono chiamate Palatina, Collina, Suburrana ed Esquilina, delle quali le prime tre comprendevano il territorio delle più antiche tribù patrizie, la quarta. il territorio dell'Esquilino e del Viminale.
Alle tribù appartenevano non solo i patrizi, secondo la vecchia costituzione, ma anche  i plebei; e tutti
i cittadini dovevano pagare i tributi e partecipare al servizio militare.
Regolò inoltre i doveri ed i diritti degli abitanti secondo la proprietà e perciò divise il popolo in sei classi.
La prima comprendeva novantotto centurie, delle quali diciotto di cavalieri, quaranta di seniori,
cioè cittadini dai quarantacinque ai sessant'anni (milizia territoriale) e quaranta di iuniori, cittadini
dai diciassette anni ai quarantacinque anni (milizia mobile).
Appartenevano a questa classe tutti coloro che avevano una rendita di centomila assi.

TARQUINIO IL SUPERBO (212-244)
Salito, sul trono, Lucio Tarquinio regnò sotto la guida dei suoi istinti malvagi.
Temendo l'autorità dei senatori, soppresse i principali; sapendosi malvisto dal popolo, proibì le pubbliche assemblee; abolì la costituzione serviana, distrusse le tavole del foro, impiegò la plebe nella costruzione della Cloaca Massima e del tempio di Giove Capitolino, perchè non stesse in ozio e non pensasse a scuotere
il tirannico giogo del re; infine, avendo paura d'essere trucidato e non fidandosi dei Romani, reclutò
sgherri forestieri a sua custodia.
Allo scopo di consolidare la sua posizione cercò di procurarsi alleanze e parentele. Diede in sposa una sua figliola ad Ottavio Mamìlio, dittatore di Tuscolo e convocò a Ferentino un'assemblea di Latini.
Saputo che Turno Erdonio di Aricia s'era mostrato avverso a lui e ne aveva palesato i disegni ambiziosi a
i rappresentanti delle città del Lazio, lo fece uccidere a tradimento e potè così rinnovare il trattato coi Latini, istituendo le "ferie latinae",  solennità religiosa che doveva celebrarsi ogni anno nel tempio di Giove Laziale sul monte Albano.

(Con Tarquinio termina il Regno e inizia la Repubblica).

IL RATTO DELLE SABINE
Costruite le mura della nuova città, Romolo chiamato il popolo a parlamento, domandò quale forma
di governo si dovesse adottare. Per amore della tradizione albana fu scelta la monarchica e fu eletto re;
ma volle prima consultare la divinità e un mattino, uscito dalle mura, rivolse lo sguardo verso oriente e,
nel momento in cui stava per spuntare il sole, vide un lampo fendere il cielo da nord a sud.
Romolo credette quel fenomeno un segno propizio ed accettò la corona spontaneamente offfertagli
dal popolo e confermata dagli dei, fece costruire palazzi e, allo scopo di popolare la città, apri tra due selve sul colle Capitolino dei rifugi in cui presto dai luoghi vicini arrivò gente d’ogni condizione, banditi
ed avventurieri, liberi e servi. Mancavano però le donne.
Romolo inviò ambasciatori alle vicine città a chieder matrimoni per il suo popolo, ma ebbe rifiuti da ogni parte, non mancarono i dileggi; il fatto lo indusse a procacciarsi delle donne per mezzo dell’astuzia.
Ricorrendo le feste in onore del dio Conso, Romolo bandi feste solenni e invitò gli abitanti delle terre vicine, i quali accorsero in gran numero con le loro donne, desiderosi di assistere ai giochi e di vedere la nuova città, la maggior parte erano Sabini e vennero cortesemente ricevuti. Gli spettacoli erano già incominciati
ed i forestieri erano intenti a contemplarli quando i Romani, ad un segnale dato da Romolo, si precipitarono in mezzo agli ospiti e ciascuno rapì una fanciulla, mentre i parenti fuggivano spauriti e, accesi dallo sdegno, giurarono di vendicare il ratto delle donne e l'ospitalità violata. Le fanciulle furono impalmate dai loro rapitori e ben presto si adattarono alla nuova vita, i parenti invece andavano sollevando le città
e rivolgevano richieste a Tito Tazio re dei Sabini, reputato un valoroso guerriero affinchè punisse i violatori.
I primi a muover contro Roma furono i Ceninesi, che invasero e devastarono il contado romano;
ma accorse Romolo con un forte numero di uomini armati e, coltili allo sbando, facilmente ebbe ragione
di loro, li mise in fuga e uccise il loro re; ritornato vittorioso a Roma, salì sul Campidoglio e a una sacra quercia appese le spoglie del morto re consacrandole a Giove Feretrio e disegnando in quel medesimo
luogo il piano di un tempio.